POESIA CHIAMA MUSICA



Gabriela Fantato

Per un addio

Una liturgia

Canto per Galileo o della ragione

Trilogia delle cose rimaste

La porta a sud


Per un addio

Cascina Benedicta, Marcarolo
in memoria dell'eccidio dell'aprile 1944

I .
C'è un vuoto qui, mancano le labbra
ma le voci sono stagliate tra i pini, come
un temporale che non si scorda.
Davanti solo un gesto necessario
- i testimoni tacciono sempre, non interrogati -
Alzo gli zigomi e le spalle, entro nel tempo
che non tradisce. Nel tempo delle lacrime
- sarà stata l'infanzia dentro gli occhi
che li ha portati qui, a morire ? -  
Accarezzo le foglie, la radice è solo
una terra di montagna e riposo.
La solitudine è sale antico, c'è scritto il primo
addio. Poi tutti gli altri verranno.
Sarà un'eco, una preghiera
- vorrei tenere tra le mani la casa -

II .
E ci sono attimi sbagliati già domani,
non lo sai. Ripasso il conto, il gesto
e gli anni chiusi, sigillati nel contrabbando
di fotografie. Al cuore i ganci per fermare
l'eco rimasto nella tua gola.
Forse un mattino tutto sarà chiaro
- un ordine nella testa pronta al colpo -
sottomessa come l'ape al miele.
Forse combattere era solo un gesto pagato
caro o un salto mai imparato, come quando
c'era la cavallina e tu: ferma.
Pesantemente ferma a terra perché il cadere
chiude i sogni dentro un cassetto,
tra i fiori di lavanda.
Forse sarà tutto chiaro, sarà una sera
come tante e verrà la fine
nel giro di poche ore.

III .
Conosco la geometria del dolore, angoli
senza parole e una memoria di frantumi
come la mica nel granito. Brilla.
Adesso un muro si staglia tra l'erba,
come niente fosse e fogli appesi
- la benedizione di date e numeri precisi
per chi non c'era in una notte
senza lucciole - senza il buio a fare
la luna nella mano.
Vedi, c'è una scheggia dentro la bocca
dei vecchi che furono bambini
La memoria non ce la fa a tenere il conto,
ma non la puoi mollare
- sa la dedizione al dolore - un crescere la vita
per chi è andato. Con cura mi faccio statua,
nascondo le crepe
- le ombre, dove sono le ombre
e i corpi?-

IV.
Il mattatoio del mondo si è allargato
e sfibra la bocca - non so più il nome per dire
notte e albero. Vorrei dire - amore -
e tenerlo stretto, come la fine dell'estate
al bordo della pioggia.
Tengo il conto delle partenze,
- una, due, cento -  e l'ombra sul muro
di chi è venuto, la mancanza.
Mia madre salva i ricordi, li piega dentro
la sua busta coi timbri del '45
- un foglio, un certificato e le medaglie
e tutto il resto - poi non c'è stato altro
che esistere. Crescere senza il fratello bello,
quello con in bocca la risata.
Ora non c'è più il sangue ma occhi asciutti
nel bianco e la pietà è una parola
che trema nella bocca.
Cerco le mani - una carezza prima di andare,
una carezza - ricordo mia madre,
i suoi racconti come un abbraccio per la notte
a venire ma ho scordato le ninne-nanne
e il guardare indietro è un balzo,
la pena del non finire

V.
Adesso si è alzata la sbarra con calma
tra un respiro e la difesa che ho imparato.
Adesso chiedo parole per disegnare il perimetro
tra prima e questi anni che si scordano.
- Lontano si paga ancora con la vita -
le prede, lo so, sono ancora buone per il dopo.
Io continuo a scegliere i profili per sapere
chi sarò tra vent'anni.
Chi saremo? dimmi, senza la gioia che cresce
le rose e coltiva la casa anche dove
c'è l'acqua pronta all'inondazione.
Chi saremo?
L'aria tenta un equilibrio di pieni e vuoti,
combinazione di atomi in amicizia
con la materia. Noi restiamo qui,
a divorarci e nulla, nulla che impauri
solo un addio che scava i polmoni

VI .
Neppure il silenzio ormai
sazia la sete e il bosco non tiene più,
anche la città si slabbra dove le ombre
non tacciono. I corpi, tutti i corpi, dici
- sono case senza porta - un punto che non tiene.
Scivoliamo come nel passo sulla trave,
alle elementari.
Non ho mai saputo la guerra, eppure
lo zio Silvio è partito - aveva vent'anni -  
non li ha contati alla festa di settembre.
La sua voce è un ricordo nel profilo
- gli somigli - dice mia madre per consolarsi.
Erano gli anni dentro lo sguardo,
anni gialli nelle foto coi bordi come onde.
Era così lontano il mare e non sapevi  
- ti ricordi? - era così bello gridare
che sarebbe stato

Una liturgia

A mia madre

I.
Il tuo sorriso è una riga sul foglio
a quadretti dell'infanzia e si spalanca
la richiesta - vieni domani? - verrò,
come la pioggia che si annuncia nell'odore
e la terra l'aspetta per lavare
il secco che la taglia.
La pioggia altera la combinazione,
gli atomi si lanciano dentro la tua gola
in cerca del mio abbraccio e la pazienza
lo coltiva dietro la spalla, dentro il tuo
cuore che invecchia e sale alla cima
- ti prenderò in tempo per il nostro girotondo? -

II.
Ti stringi i giorni alle caviglie, tocchi la ferita
dove il camion ti ha schiantato ai fianchi,
dove la polio ti ha preso la corsa e ha dettato
la sua legge nell'osso troppo bianco per vincere.
Non smetti di sognare i campi d'acqua
a est della casa - con le stanze per il cibo
a piano terra e sopra, dove si dormiva insieme -
per non scordare il giallo dentro i primi anni,
i primi aerei di una guerra.
E' stata corta l'infanzia di geloni
e una primavera senza le calze non bastava
a tenere la morte lontana.
Il fronte un buco nel camino e
svanivano tutti i racconti

III.
Io ero il gelso nel cortile, tu una radura
dietro il campo e una gran voglia
di scappare. La strada del gallaratese
passa ancora tra i fossi, oltre il cemento
delle case cresciute di fretta
nel Settanta come un albero che si allarga
nel bianco d'autunno.
- Adesso mi dici - la domenica è il giorno
più lungo dentro la testa.
Lo so, si fa fatica quando le ore sono
un conto che si tira dritto,
tra la sedia e un'altra  

IV .
La porta di casa adesso è una linea
nel perimetro - non più aperta -
e il tempo coltiva la sua liturgia,
tra quaggiù e il cielo.
Dentro, la stanza è un salto a occhi chiusi
e lo spazio una piega dove ti siedi
la mattina e resti.
C'è sempre un altro gesto da fare  
ma tu non lo conosci, sei ancora la bambina
dell'incanto. Nella notte ti fai tenace,
come il gufo sgomento
della brevità dei sogni.
Le ore stanno chiuse nel fazzoletto
e non cresce più l'infanzia nemmeno
nei ricordi. Nemmeno
se la chiamo per nome

 

Canto per Galileo o della ragione

I .
Si è alzata pezzo su pezzo
di vetro e cemento la certezza di arrivare
a nord - si vede l'alba lunga del polo -
e l'occhio afferra l'orizzonte,
lo fa suo. Quaggiù l'asfalto è irto di carichi e
pendenze, nessuno prova la tenuta
del disegno a perpendicolo sul respiro.
- s'intuisce lo slancio, la gioia della cima? -
Le nuvole stanno ferme, a capofitto
nella luce che non smette
i grattacieli intimano
ragioni su ragioni e tremano le stanze
dentro la tovaglia, la cena è allarme
nella grazia del dimenticare.
Tu ti tieni strette le notizie della vita,
io non ho altro che il bianco
per sentire la gioia che mi manca.

II.                    
Se sono destinata al bianco, dimmi, 
dove posso affogare in pace?
Mi lascio andare nel centro dove le sillabe
si tengono strette le paure.
Una sintassi di ricordi. Ai bordi, un'eco
mi sopravanza. Vorrei essere la corteccia
di un albero, la molle fibra che lo veste
e sopra ci scriva chi viene di passaggio.
Dica il nome con la punta.
Lo saprà il prato, le formiche rosse,
qualcuno poi penserà a intagliare
un'altra scritta dove la memoria è
corteccia, l'amore di un'estate
e l'arsura  

III.
Cerco la chiave dello smottamento
- il farsi molle della vita - il foro
dentro le parole . Eppure l'Orsa è ancora
in cielo e l'undici d'agosto cadranno
lunghe le stelle, come un pianto.
Tutto è inciso. Qualcuno va dove non vede
- eppure avanza - dici, qualcuno acceca
chi alza la testa.
O tempo, perduta immobilità
dei pomeriggi stesi ad ascoltare
la voce che narrava e c'erano ombre
dentro le spalle, scacciate dal suono di parole
sottili come spiriti.
Il cielo non ha più scampo ora
e i sogni sono nel bianco dell'infanzia.
Lontana, lontana la fiaba che disegnava
intera la mia vita

IV.
È così esposta la faccia, così evidente
il perimetro - gli altri possono sentirlo -
la struttura non tiene, i tetti
tutti i tetti scendono alle fogne in diagonale.
Come ospiti in stanze affollate di sedie,
chiediamo traiettorie di andata,
a capofitto nel ritorno.
Saremo raccolti un giorno dentro
la giacca di velluto, nel corpo che s'intana e
trova la casa, dove era la mano di una madre
a ritagliare la forma dell'amore sulle ginocchia
o nelle spalle. Saremo dentro la terra
alla fine e il perdono sarà un debito
non saldato, piegato nella pelle.

Trilogia delle cose rimaste

I.
Il legno della panchina conosce tutti
i libri letti, sfogliati nell'attesa.
Ricorda l'inchiostro dei giornali rimasti
a infradiciarsi di pioggia e sole.
Sa le parole incrostate tra
le facce degli uccisi - notizie in cronaca di lato -
e i cani, l'annusare decisi nel cemento.
Il battito e la fuga, anche. Sa le scarpe
che l'hanno calpestata e i baci di fretta
rovesciati nella notte.
A volte, solo a volte scopre
la gioia grande di dimenticare.

II.
Mocassini in pelle marrone rimasti
per strada, fissati all'asfalto, in via Volta,
e lui che li aveva: sparito, come un bacio
impigliato nella negligenza del gesto,
nella ripicca che nutre
- ciò che non è mai detto, mai abbastanza-
Due scarpe sul bordo, tra il nero
e la foga di andare, quasi un inchino non fatto
appena accennato dove il cuore  
si slabbra silenzio.
Resta un dubbio infilato nell'angolo
tra il tacco e la punta un po' lisa.
Il buco non si vede, è sotto.

III .
Ai giardini di porta Venezia un bambino
scavava tenace - non si può costruire la casa
tra le pietre e un terriccio di sale -
dice sua madre. Lui affonda lo stecco giù,
a fondo. La terra è dura.
La terra è dolce se scendi nel buio, dove
stanno i lombrichi e le punte dei tronchi,
le radici bianche come i capelli sottili dentro la pelle.
Sopra il foro lui ha messo gli stecchi,
con le foglie più lunghe ha fatto
il suo tetto a proteggere il cuore e le stanze
dove il grido pretende un abbraccio.
Domani una casa verde si alza precisa,
vedrai, nell'arco del piede di chi
passa e non sa.

La porta a sud

Bisognerà rifare i conti
quel battere preciso del destino
dentro gli anni e la ferita.
Adesso la finestra sta aperta
il cielo scivola dentro, porta
il vento e uno stridere di denti.
Attorno il confine si è fatto coro
lingua di molte voci, stanze
appese alla promessa di una terra.
Bisognerà ascoltare le sirene
l'allarme tra un abbraccio e la paura
dentro la ninna-nanna della notte.
Al centro non più un tavolo
per implorare amore con il pane
ma piatti bianchi per mucchi di parole.
Senza la porta, il confine segna il sud
da dove viene il mare e la storia
quel muoversi di sogni nel passare.



Gabriela Fantato, (Milano 1960) insegna Lettere in un Istituto Superiore di Milano. Suoi testi compaiono su molte riviste, antologie e siti letterari. Ha vinto alcuni Premi Poetici, tra cui il premio "Eugenio Montale Europa (2004). E' stata invitata a rassegne letterarie ed eventi poetici di rilievo, tra cui il Festival Internazionale di Poesia di Milano (maggio 2006). Raccolte poetiche: Fugando (Book editore, 1996); Enigma (DIALOGOlibri, 2000); Moltitudine, in Settimo Quaderno di Poesia Italiana, a cura di Franco Buffoni, (Marcos y Marcos, 2001); Northern Geography, con traduzione inglese di Emanuel Di Pasquale (Gradiva Pubblications, 2002), Il tempo dovuto, 1996-2005 (editoria&spettacolo, 2005) e Forse una geometria (Fiori di Torchio, 2005).
Saggi critici
: L'incontro con lo straniero, note su F. Romagnoli, A. Pozzi, D. Menicanti, C. Campo e M.L. Spaziani   (Crocetti editore, 2000); Una geografia spirituale, la poesia di Cesare Pavese (Crocetti editore, 2002); In filigrana, dentro lo sguardo di Paul Klee e Marc Chagall (Moretti&Vitali, 2006). Ha curato l'antologia di saggi critici Sotto la superficie, letture di poeti italiani contemporanei (1970-2004) (Bocca editore, 2004) e con L. Cannillo il libro di interviste a 25 poeti italiani La Biblioteca delle voci (Joker ediz., 2006). Il suo racconto Il battito è nell'antologia Canti di Venere (Borelli editore, 2005).
Per il teatro
ha scritto i testi in versi: Messer Lievesogno e la Porta Chiusa (Teatro Comunale di Bologna, 1997); La bella Melusina (Teatro Quirino, Roma 1998); L'elefante di Annibale ( Auditorium di Milano, 2000); Salom è Saltatrix (Villa Reale, Monza, 1999); Enigma (Piccolo Teatro, Milano 2000); Ghost Caf è (Teatro Donizetti, Bergamo 2000). Dirige la rivista di poesia, arte e filosofia: "La Mosca di Milano" ed è nella redazione della rivista "La Clessidra".  

 
     

 
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