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Il nuovo evento letterario e musicale


Barbara Gabotto

Sesto piano

Se c'è qualcuno che ci ricorderà

E quante parole mi trovavo

poi

Non chiederei

Bulimia

Apre la porta

 

Sesto piano

Da bambino era carino, tondo tondo come un bambolotto, con certi occhi teneri e dall’espressione così pacioccona che veniva voglia di fargli una quantità di vezzi e scherzetti, e tutto lo stupiva.

Antonia, quando lo ricordava così, si disperava e sentiva crescerle dentro una indicibile rabbia ed indignazione. Indignazione per quello che  le accadeva, per ciò a cui la sua esistenza era ridotta. Ora, ad ogni litigio, aveva l’impressione di avere davanti a sé un mostro, che si fosse impossessato del suo bambino, deformandolo. Ora era anche brutto, sproporzionato, pieno di foruncoli, la bocca sgraziata e un puzzo d’animale. La voce sgradevole e una totale mancanza d’intelligenza. “Quando si desidera un figlio, è di un bambino che si ha voglia - si diceva - non si pensa che diventerà grande e, prima ancora, sarà un adolescente, magari insopportabilmente stupido e cattivo.” Sì, cattivo, perché a lui non importava affatto d’infliggerle dolori e preoccupazioni, pur sapendo quanto per tutta la vita e quotidianamente si fosse sbattuta per lui e come avesse rinunciato a tutto, sempre per lui, supposto che lui fosse in grado di capire queste cose, come d’altronde qualunque altra.

“Ah, Cristinella, Cristinella! Tutta un’altra cosa!” La sua morte era coincisa con quella del padre, cioè di suo marito. Il dolore per lei aveva annullato quello per lui, come se non fosse mai esistito. La sua stessa persona era stata cancellata dall’assenza tanto dolorosa della bambina. Il bimbo a quell’epoca era piccino piccino, ancora una bestiolina. Cristina aveva otto anni, affettuosa e intelligente, un animo delicato e sobrio. Lei non sarebbe diventata come lui, non avrebbe avuto i foruncoli e il puzzo, e non avrebbe urlato sguaiatamente. Antonia non avrebbe dovuto temere sempre e sempre per lei, che fosse stupida, cattiva, che si mettesse con brutte compagnie. Lei era il suo angelo piccolo e roseo e non l’avrebbe delusa mai, mai. Tornare a casa e trovarla sarebbe stata una gioia, la consolazione della vita, e tutti i giorni si sarebbero abbracciate e tenute compagnia e si sarebbero dette tante, tante cose e avrebbe ancora inventato storielline, per Cristina, per Cristinella sua che, lei no, non le avrebbe mai fatto il torto di crescere.

 

Se c'è qualcuno che ci ricorderà
come,
ma come
lo farà
aprirà i nostri quaderni
trovando parole e piccoli pezzi
che ci ricordano un poco
e da lontano
e noi, allora c'eravamo
ma ora
ora
chi ci ricorda
cosa ne troverà
di noi
di noi che non ci siamo
e parliamo dai fogli
e dai ricordi
e le date fissate
senza lo scorrere del tempo
il tempo che a quel tempo
correva
trascinandosi i giorni nostri
e le ore
e formando le vite che scorrevano
e correvano al fondo e poi
e di noi
chi mai ne parlerà


E quante parole mi trovavo
così confusionate attorcigliate
da un discorrere un disordine
sparso, dilatato, dai vuoti in mezzo
che perderne l’onesto
e proprio senso era cosa
quasi naturale,
prenderne il dettaglio accurato preciso
complesso, che non desse poi adito,
con la dimenticanza, scarsa dimestichezza
sopravvenuta da un certo tempo,
dal disuso, mortificate le mordicchiavo
le parole d’assenso e d’assonanza
senza
capirle bene,
ma è certo, proprio certo che sillaba più
sillaba? sibilava la bocca dubitosa.
Non so più niente e neanche lo sapevo
parlavo e parlo come ognuno usa
col cuore nella testa
l’ansia nel cuore
la testa nello stomaco
lo stomaco alla bocca

poi
trascinati nell’azzurro di fondo
incorporati in zone
per sole note acute
le voci educate
sommesse sulla riflessione
i fatti sono fatti e i principi di base
inalienabili
fanno la differenza
sostanziale
un caos un blabla interno intenso
si rimescola, pezzi in approssimativa confusione
mordono ai talloni
senza
stimolare la corsa la ripresa
mai, mai giurare
il tutto per tutto
fantasticare uscite da tunnel silenziosi
spazi aperti prati sconfinati
e il sole, un sole senza raggi
unico immenso
a tutto coprire comprendere
capire
come un cuore che palpita e inonda
di commozione gioia
mai fantasticare illudere illudersi
che giorni grandi a venire
non intrappolino meschinamente
vite lugubri e morti ancora più
si disfa tra gli occhi e il loro liquido
una promessa fatta a sé stessi
si sfà non si propone più
alternativa
o seconda ipotesi (terza, quarta)
chiude la porta, la finestra, la tenda,
tutto,
per quanto...
dici “per quanto?

Non chiederei
alla vita di tornare indietro
che sempre amaro mi
ritorna il passato,
lo sgradevole senso dell’errato
che non correggerei,
e il distorto accumulo dei fatti,
castello inespugnabile, rendiconto distratto
opprimente di pesi,
di ricordi che si fanno obesi di vergogna,
ma almeno superati.
No non lo chiederei.
E sempre andare avanti
a guardare gli eventi
che mi accadono
e accadono influenti,
ma non alla mia vita,
ma cocenti alla testa che mi esplode
d’impotenza,
nella curiosità di come andrà a finire,
non volerlo sapere,
non poter più soffrire
per quello che non posso alterare,
e mi accorgo che se disperazione
mi spingesse al mio limite di storia
sarebbe solo l’estrema memoria
di un gesto irreparabile
il futuro,
perderei la ragione
e solo il senso di un grido doloroso,
misfatto irrazionale,
cercherebbe l’assenso degli astanti
contemporanei muti indifferenti.

Bulimia

Lentamente
vorrei che lentamente
io sapessi gustare
e non sbranare sempre
per avere più tempo
e non che l'ora dopo
sovrapposta alla prima
mi sottraesse già
quei sessanta minuti
di vita.

Apre la porta
per un gesto d’istinto
la donna in fuga
anche se le pareti crollate
non sono più da tempo
né protezione, né gabbia, né muro
apre la porta
sul niente
e dal niente anche prima
la separava.
L’occhio velato le ha intristito
lo sguardo,
gli occhi aperti come una porta
le rendono un mondo in macerie
e la annientano.
Dalla paura fugge e va verso
paura
e solitudine nel peso di ogni giorno
e sola da quell’angoscia si affaccia
ancora al vuoto e all’ignoto.
Se almeno quell’essere proprio nessuno
la facesse invisibile,
le fabbricasse un suo angolo in pace,
se almeno quell’essere sola
la facesse regina a sé stessa,
le ritornassero intatti pensieri e desideri,
se non più sospinta
potesse guardare alla vita,
o almeno una volta la riguardasse.

 


 

 
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