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Il nuovo evento letterario e musicale


Gabriela Fantato

Ombra e Marina Cvetaeva

Nello Sbalordimento

Testo a due voci: Ombra e Marina Cvetaeva

Indicazioni sceniche:
creare un'ombra che si agita e recita dietro uno schermo bianco, davanti al quale in ginocchio, con un libro in mano (vari libri attorno, una semplice stufetta elettrica; una coperta ) c'è una donna: Marina.

La voce nel bianco

                          - Marina Cvetaeva, l’ultima notte (Russia 1941)

(Ombra)

La difesa si è fatto barriera,
hai la porta chiusa
e nella casa i  muri crescono
da dentro.
Un angolo esatto ti copre
le spalle da tutti gli sguardi.
La casa e la finestra,
il buio dell'esterno dentro il giorno,
nella persiana chiusa nell'angolo
dove avevi deciso
                         di restare  

                               (Marina)
                               Consumo le mani per afferrare                               
                               i giorni come una volta
                               sapevo l'estate che scava
                               l'abbraccio
                               - un sorriso e la promessa.
                               Si fanno gonfi i piedi immobili
                               nell'attesa di sapere
                               - il muro è  bianco, sempre più bianco
                                e solo.
                               Più di  quanto avrei pensato 
                               dieci anni fa

La casa si è scavata le radici
nella tua lingua
dove il vento è urlo senza saperlo,
senza volerlo.
L'abitudine ai giorni
– una linea nella stanza dove dormi
e quella semplice del cibo.
Le tue parole salvano
il bianco nei polsi credendolo
vita davvero

                               Sottilissima la terra che amavo
                                si è ristretta,
                               e non so più camminare.
                               La stanza è uno spazio assediato,
                               le facce, le facce sono
                                                  lo specchio concavo di me.
                                                  La voce che ordina sale
                                                 dentro i polsi, batte
                                                 e  parla della tempesta
                               
                  -  un oceano, un'inondazione

La pagina nasconde l'assoluto del gesto,
una forma scura,
non più la sentenza strappata
con forza ostinata ai giorni.
Resta solo l' ultimo giudizio,
puro e intatto.
Non pensi – ascolti l'incarnazione,
il suo esistere sottile
in ogni cosa là fuori

                               Come il leopardo vengo da spazi
                               immensi di fame,
                                esisto e rinasco dentro la voce
                                ogni giorno, ogni ora.
                               Della pietra non so,
                                non so ancora il nome
                               e dirla questa gioia, questa paura

Sei sulla terra con il corpo
orfano e spietato come solo i bambini.
Cerchi l’allegria nelle labbra.
A ogni risveglio sai
il punto – esatto tra luce e buio,
dove la casa è nido,
un ritorno e quella paura che non lascia
i giorni

                               Cerco l’oblio di me
                               nell’immobilità dove tutto
                               rischiara il gesto.
                               Lo feconda.
                               La mia mente è stanca da tempo
                                ha continuato la legge dispari,
                                una lotta di amore e verità.
                               Adesso lo so, solo incontrandolo
                               il mattino è un dono
                               
                                per il dopo

Questo il disegno,
tu qui – esposta come la roccia all’onda,
al suo levarti pezzo su pezzo.
La parola è una punizione
cui non puoi resistere
senza scelta, senza limite e pace.
Hai lasciato tutto: la terra,
questa patria e l’ombra a nascondiglio
dentro l’infanzia.
Non avere paura, segui il passo,
puoi risalire dove era iniziato

                               Sono uscita dalla grotta dentro il petto,
                               dentro il respiro.
                               So il dono della casa,
                               la memoria dei muri e l’eco,
                               l’inutilità di ogni domanda.
                                                          La distanza tra le due rive è
                                                          sottile come solo la vita.
                               Senza protezione.
                               
Non avanzo pretese, non posso

                           

Solo il buio ti offre soddisfazione,
le necessità di sempre.
Volevi – essere
nient'altro, un imperativo battuto dall'urlo,
scritto dentro il tempo.
La fine ti è cresciuta in grembo,
come un figlio, come la vita.
Hai vinto adesso,
hai preso l'arma – la tua salvezza

                               La barriera, c’era la barriera
                               fino a questo momento.
                                                  Adesso non serve più,
                               
                   non è difficile, adesso.

                               La luce domani dirà a tutti
                                è solo dedizione la mia,
                               un gesto giovane di chi è
                               più forte del tempo.

                               Domani chi non capisce
                               parla con la voce del notiziario.
                               Resta la parola – questa vita 

Nello sbalordimento

                                        -  Ulisse, la vecchiaia

(un marinaio)
Un colpo d’occhio, uno sguardo
ti bastava su tutta la massa,
su quella grande acqua
da tagliare sulla cima e scavare,
dentro, sino al buio del fondale,
dove c’è solo una sabbia
sottile tra le forme.
Attorno acqua, solo acqua
- tu solo, eroe solo tra tutti.

            (Ulisse)
            In viaggio, molte lune dentro
            quei tramonti enormi
            rotti solo dal bianco, ogni  tanto.
            Nelle notti ho baciato
            bocche innamorate,
            perse all’alba nell’addio dovuto,
            nel segno inciso dal destino. 

Era quella la sconfitta,
il passo non pagato al dopo,
il salto impossibile dentro una forma giovane
- non sapere cosa fosse l’amore,
essere solo padre.
Non un uomo dentro la donna,
solo la casa lontana era la pienezza
nel tempo circolare.

            Adesso vivo adagio
            nello sbalordimento
            - un fiume scorre e divento pantano,
            un’ acqua molle dove
            non posso altro che vedere il cielo,
            immobile nel blu,  dentro le ore.

La tua vecchiaia? Lo sai, una nostalgia
del primo incontro,
le nozze mai sapute, mai avute.
Un sole cresce ancora
nella pelle di seta di una figlia .
L’hai inventata come il pittore,
come la voce che non c’è
- non la conosco.

            La donna amata, la sola,
            mi ha strappato il sorriso
            e lo disegna ora di dolore.
            Lontana, il suo abbraccio 
            slittato via,
            lo vedo ancora la notte,
            alto nel chiaro delle ciglia
            - senza un  nome.

La pianta di fichi nel centro del giardino
si fa strada tra le pietre,
gli anni vengono su a mazzi
dentro i fianchi - fiori secchi dentro
la crepa taciuta nel destino, 
laggiù, sotto il conto dei giorni
mai finito.

            Il vento fa capolino
            nella mia testa ogni estate,
            poi svanisce sotto la neve
            - il sogno è ormai perduto nella mattina
            slittata via come per caso.
            In questo esilio compiuto,
            la vita siede, laggiù.
            Lontana, di spalle.

La pace, cerchi la pace,
non quella ossuta gioia della giovinezza,
l’età selvatica della fame
non saziata mai dal cielo.
E’ una voglia larga, la tua adesso,
come lo sguardo dentro il mare
sino a sentire il battere
tra onda e onda.

            Tra onda e onda, come una fine….
            solo una fine…

 


Gabriela Fantato, (Milano 1960) insegna Lettere in un Istituto Superiore di Milano. Suoi testi compaiono su molte riviste, antologie e siti letterari. Ha vinto alcuni Premi Poetici, tra cui il premio "Eugenio Montale Europa (2004). E' stata invitata a rassegne letterarie ed eventi poetici di rilievo, tra cui il Festival Internazionale di Poesia di Milano (maggio 2006). Raccolte poetiche: Fugando (Book editore, 1996); Enigma (DIALOGOlibri, 2000); Moltitudine, in Settimo Quaderno di Poesia Italiana, a cura di Franco Buffoni, (Marcos y Marcos, 2001); Northern Geography, con traduzione inglese di Emanuel Di Pasquale (Gradiva Pubblications, 2002), Il tempo dovuto, 1996-2005 (editoria&spettacolo, 2005) e Forse una geometria (Fiori di Torchio, 2005).
Saggi critici
: L'incontro con lo straniero, note su F. Romagnoli, A. Pozzi, D. Menicanti, C. Campo e M.L. Spaziani   (Crocetti editore, 2000); Una geografia spirituale, la poesia di Cesare Pavese (Crocetti editore, 2002); In filigrana, dentro lo sguardo di Paul Klee e Marc Chagall (Moretti&Vitali, 2006). Ha curato l'antologia di saggi critici Sotto la superficie, letture di poeti italiani contemporanei (1970-2004) (Bocca editore, 2004) e con L. Cannillo il libro di interviste a 25 poeti italiani La Biblioteca delle voci (Joker ediz., 2006). Il suo racconto Il battito è nell'antologia Canti di Venere (Borelli editore, 2005).
Per il teatro
ha scritto i testi in versi: Messer Lievesogno e la Porta Chiusa (Teatro Comunale di Bologna, 1997); La bella Melusina (Teatro Quirino, Roma 1998); L'elefante di Annibale ( Auditorium di Milano, 2000); Salom è Saltatrix (Villa Reale, Monza, 1999); Enigma (Piccolo Teatro, Milano 2000); Ghost Caf è (Teatro Donizetti, Bergamo 2000). Dirige la rivista di poesia, arte e filosofia: "La Mosca di Milano" ed è nella redazione della rivista "La Clessidra".  
 

 
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